Vai alla pagina del progetto diventa morandi

Intervista al pittore Wolfango Peretti Poggi

  • Perché, lei si definisce pittore e non artista?

Innanzitutto perché conosco perfettamente la tecnica pittorica, questo vuol dire che so dipingere correttamente, la pittura è il mezzo con cui riesco a tradurmi e farmi intendere. Oggi troviamo la definizione di artista molto inflazionata, tutti parlano di artisti e di arte, ma è tutto un po’ troppo sfuggente. Molti storici dell’arte sostengono che l’arte in sé non esiste; bisogna sempre partire dall’opera. Penso anch’io che troppi oggi si fregino del titolo di artista senza averne i veri requisiti, ed è per questo motivo che pongo la netta distinzione, tra pittore e artista. I pittori sono pochi, pochissimi, e anche i veri grandi artisti sono pochi, possiamo citarne alcuni, come: Gustave Courbet, Piero della Francesca, Morandi. Il valore di un’opera deve prima di tutto essere in se stessa, al di là delle interpretazioni. La forza e il valore dell’opera parte sempre dell’intensio, bisogna partire da un’idea che successivamente va tradotta in opera.

  • Le sue opere sono caratterizzate da due  aspetti tecnici, uno è il punto di vista zenitale, da lei scelto come punto privilegiato di osservazione dei suoi soggetti, e l’altro è l’effetto macro o di lente di ingrandimento. Come è nata questa scelta di rappresentazione?

Intanto perché sono un monista, detesto ogni forma di dualismo di cui la nostra cultura è fortemente condizionata a partire già da Platone, quindi non accetto che una categoria possa essere superiore ad un’altra, ad esempio come la divisione tra spirito e materia, per citarne una delle più conosciute e incisive. La visione zenitale invece mi permette di eliminare la linea dell’orizzonte, linea che stabilisce proprio un piano alto da un piano basso.

Il secondo motivo viene da una visione del tutto contemporanea che è quella di “vedere dal di fuori”, un tema che è stato accuratamente trattato da Alberto Boatto nel suo libro Lo sguardo dal di fuori, vuol dire che noi vediamo le cose da distanze lontanissime ad esempio la conquista dello spazio ci ha permesso di vedere la terra dalla luna, questo tipo di visione ha influito molto sul punto di osservazione. Nel mio lavoro cerco di guardare sempre dal di fuori gli oggetti che dipingo.

Mentre, l’ingrandimento, comporta un’analisi acutissima sul dettaglio delle forme, partendo dal disegno dal vero osservo il mio modello con la lente di ingrandimento in modo da poter vedere ciò che a occhio nudo non si vedrebbe, e attraverso la fisicità materica del colore cerco di esprimere la forza che l’oggetto stesso sprigiona.

  • Le sue opere sono ispirate a oggetti quotidiani, ma attraverso la sua pittura la quotidianità apre a un linguaggio diverso, profondo, nature morte in cui lei sembra esplorare il confine tra caducità e vita. Che significato ha per lei dipingere la natura morta?

Se osserviamo il quadro qui davanti a noi, Le patate con i germogli 1973, stanno appassendo, stanno morendo, ma allo stesso tempo hanno la potenza e la forza di emettere dei nuovi germogli che sono simboli di vita. In questo quadro viene mostrato il conflitto tra vita e morte, tema questo, che più o meno direttamente è il leitmotiv presente in tutti i miei quadri.

Dialetticamente possiamo dire che la metafora data dalla rappresentazione del quadro “delle patate” si esprime nella consapevolezza del destino dell’uomo, Albert Camus dice che: se noi avessimo coscienza del significato e del senso della nostra vita, l’arte non ci sarebbe. Quindi questo vuol dire che l’arte non è che ci dia la soluzione, ma tende ad aprire a quello di cui l’uomo ha bisogno; l’uomo si proietta verso una soluzione, una ricerca di significato che poi magari non riesce a raggiungere, ma sempre lo cerca.

L’arte fa valere questo messaggio, e quei quadri che non propongono questo tipo di riflessione sono quadri modesti, con contenuti deboli, esistono opere che senza fatica possiamo definire semplici illustrazioni, e altre come La leggenda della vera croce di Piero della Francesca in cui dentro troviamo l’eterno attraverso l’uomo. La stessa universalità di sguardo la troviamo nella Trota dipinta da Gustave Courbet, queste opere possono aiutarci a riflettere sulla complessità del messaggio che l’arte può esprimere.

  • Lei confida di impiegare periodi lunghi per la realizzazione di un’opera. Ci vuole raccontare di questo suo particolare rapporto col tempo in relazione alla pittura?

Il tempo è un fattore importantissimo, ad esempio quando ho dipinto il soggetto dell’uva, nel tempo che impiegavo per dipingere il grappolo esso si degradava, però io non lo sostituivo ma lo osservavo e lo dipingevo. I chicchi pian piano si disfacevano andando verso la morte, ed è questo per me il trascorrere del tempo, un rapporto consapevole con la finitezza.

Francesco Arcangeli, in occasione di una visita al mio studio nel 1974, dopo aver visto alcuni quadri, proprio davanti al Piatto dell’uva, disse: “È la canestra di Caravaggio esplosa“, questo per me resta un ricordo toccante, mi sentii compreso nella mia ricerca. Credo che forse Arcangeli vide nel mio modo di dipingere la corrispondenza a quel naturalismo di cui lui parlava, ma che i pittori bolognesi suoi contemporanei non avevano molto accolto.

Da un punto di vista tecnico dobbiamo fare una precisazione, l’informale adottato dai pittori bolognesi non aveva soluzione perché non poteva affrontare la figura, questo era il limite. L’informale è un tentativo di ritornare nel gorgo materico, come un naufragio, un affogamento dentro la materia stessa, ma questo significa la perdita della coscienza della forma. Forse Arcangeli comprese che la mia interpretazione dell’informale si risolveva ritornando al figurativo, un figurativo che accetta comunque la materia, io immetto molta materia, per cui persiste il linguaggio informale ma al tempo stesso mantengo la figura senza perdere la coscienza sul mondo.

La mia pittura è stata influenzata anche dalla proposta informale dell’artista francese Jean Fautrier, di cui vidi i quadri per la prima volta nel 1956 alla Galleria La loggia (oggi non esiste più) qui a Bologna, da allora sono sempre rimasto colpito dalla sua pittura. Ma il mio stile si è concretizzato con questa sintesi di linguaggio pittorico – figurativo – informale a partire dal 1968 dopo una lunga sperimentazione. Ed è solo da quella data in avanti che mi riconosco pienamente nella mia pittura.

 

a cura di Maria Rapagnetta

‹ indietro