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Intervista a Lorenza Selleri e Giusi Vecchi

Intervista a Lorenza Selleri e Giusi Vecchi, rispettivamente responsabili dell’archivio – biblioteca e dell’ufficio mostre del Museo Morandi di Bologna.

 

    • Il Museo Morandi affianca alla valorizzazione delle opere dell’artista, un programma di mostre temporanee, atte ad accostare l’attività di alcuni protagonisti del Novecento – come Wayne Thiebaud, Filippo de Pisis, Pier Paolo Calzolari, ed altri – all’opera del grande maestro bolognese. Come è nata questa scelta e perché è importante per la realtà di questo Museo?
      Questo costante confronto e dialogo per noi è importante perché tiene vivo l’interesse non solo sull’opera di Giorgio Morandi, ma anche su tutti quegli artisti che si sono riferiti a lui, sia del passato che contemporanei. Negli anni scorsi infatti sono state realizzate mostre di artisti in sintonia con l’opera di Morandi, ricordiamo quella di Julius Bissier nel 2002, Josef Albers nel 2005. Attualmente è la preferenza espressa dalla direzione, è quella di monitorare giovani artisti contemporanei che si rivolgono al maestro bolognese.

      Il Museo Morandi è molto frequentato, ed è conosciuto anche all’estero, dimostrazione ne è stata la mostra organizzata al Metropolitan Museum di New York, dedicata all’artista. Questo però non è sufficiente a tenere alta l’attenzione sugli eventi a lui legati. Bisogna tener conto anche della difficoltà oggettiva dovuta a una scelta coraggiosa, come quella di accostare al grande maestro bolognese, artisti contemporanei, privilegiando nomi poco noti o addirittura sconosciuti al pubblico italiano. Per Hollan, ad esempio, questa è la prima mostra in Italia, pur essendo molto affermato in Francia (dove vive e lavora) e in altri paesi europei dove ha già esposto più volte. A nostro parere questa ultima iniziativa non è stata ancora colta nella sua globalità, la mostra di Alexandre Hollan infatti è certamente un confronto con Giorgio Morandi, ma non solo, la finalità è quella di contribuire a dare un nuovo impulso culturale alla città.

    • Alexandre Hollan, attualmente in mostra, dichiara di aver trovato in Morandi il suo maestro. Quali sono le affinità maggiori tra Hollan e Morandi?
      Tra Hollan e Morandi ci sono sia affinità che differenze, ciò che li accomuna sono i soggetti della rappresentazione, ma la differenza è sicuramente nel modo di guardare gli oggetti del quotidiano. Hollan dichiara che, conoscere Morandi gli è servito a mantenere la forma e a far si che le sue scelte di rappresentazione non propendessero per una pura astrazione. Hollan però si relaziona con ciò che osserva in modo diverso da Morandi, ingrandendo, dilatando, creando quasi una visione macro, fino ad arrivare in alcuni punti al disfacimento della forma. Per l’artista ungherese gli oggetti diventano vite silenziose, che lui non intende con quel distacco, che invece avvertiamo in Morandi.

      L’altro tema in comune sono i paesaggi, ma sempre con delle differenze. Hollan compie una scelta rispetto alla raffigurazione del paesaggio, seleziona gli alberi, ma tra tutti i generi sceglie la quercia; l’indagine sul paesaggio per Hollan si focalizza quindi su questo specifico soggetto. Morandi pur indagando molto il paesaggio, si dedica alla rappresentazione di più forme. Anche le tavolozze dei due artisti si differenziano tra loro. Hollan, diversamente da Morandi, utilizza tempere, acquerelli o carboncino e ama le tinte forti, con evidenti contrasti.

      In tutto questo discorso però, non dobbiamo dimenticare che gli oggetti così come il paesaggio, per Hollan come per Morandi, diventano il pretesto per andare al di là e cercare l’essenza delle cose, entrambi si dedicano a togliere il superfluo. Infine ciò che li accomuna è anche l’estrema coerenza e riservatezza con cui hanno portato avanti il loro lavoro.

    • Il titolo della mostra, Silences en couleurs, sembra tradurre perfettamente la sensazione che si prova, incontrando quelle che Hollan chiama, Vie silencieuse. Quali sono le differenze tra il colorato silenzio di Hollan e il silenzio in colore di Morandi?
      Silences en couleurs o Colorati silenzi è stato il titolo da me proposto (Lorenza Selleri) al pittore, che lo ha accolto e accettato, perché corrispondente al suo intento artistico; questo titolo è emerso proprio da una vibrazione interiore, provata sfogliando un catalogo delle sue opere.

      Queste due parole, “colorati silenzi”, possono definire sinteticamente la ricerca di Hollan. Anche un uomo del passato, ad esempio, ne coglierebbe l’immediatezza, pur non avendo nessun background per poterle interpretare, trovandosi semplicemente dinanzi a colore e silenzio. Il colore mantiene la sua natura, suscitando spaesamento, perché in fondo queste forme non sono immediatamente e l’emergere del totale silenzio, in cui realmente opera l’artista, penetra l’essenza della forma.

      Per Morandi può valere lo stesso intendimento riferito al silenzio, mentre riguardo al colore c’è un’intenzione diversa. Per il maestro bolognese in effetti, il silenzio è nel colore, quindi è più attinente parlare di silenzio in colore.

       

 

 

    • Yves Bonnefoy, dice: “vedere non è un fatto semplice, è un’azione che implica tante e tali contraddizioni da determinare scelte basilari, che hanno poi ripercussioni sulla vita, sul destino …”. Il “vedere” infatti, costituisce un nucleo centrale – se pure con scelte rappresentative diverse – sia nell’opera di Morandi che in quella di Hollan. Come possiamo interpretare il significato di “vedere” nei due artisti?
      Per quanto riguarda la peculiarità metodologica dei due artisti sicuramente questa è la domanda più importante, perché entrambi sono accomunati da una disposizione per l’osservazione di tipo fenomenologico. Hollan la esprime, dicendo: Il più delle volte non vediamo, perché” pensiamo” di vedere. Quando mi fermo, quando sento e contemporaneamente vedo, allora quella relazione diventa più reale, “sono ciò che vedo[1]”, sottolineando quanto sia diverso il pensare di vedere dal vedere direttamente la realtà, e allo stesso tempo “sentire” quella stessa realtà, come una combinazione di sentire e vedere consapevole, che non trascura mai di partire dal dato reale. Hollan ha molto interiorizzato questo processo del guardare e lo ripete, sia nella rappresentazione figurativa che nei suoi scritti.

      Morandi ad esempio non ci ha lasciato scritti, quello che conosciamo ci arriva dalla critica per cui non sappiamo veramente che significato avesse per lui l’atteggiamento fenomenologico del guardare. Sicuramente come dimostrano le sue opere gli oggetti, per quanto integri e ricchi, sono sottoposti ad un processo di spogliazione. Vale la pena ricordare il quadro richiestogli dal musicologo Luigi Magnani, dove Morandi sostituì gli strumenti antichi scelti come modello dal committente con strumenti giocattolo di poco valore. Questo episodio conferma il suo desiderio di andare oltre l’apparenza dell’oggetto.

      Morandi dunque seleziona prima di guardare e infatti anche quando prende a motivo il paesaggio si serve perfino di un binocolo per meglio mettere a fuoco solo ciò che a lui interessa veramente ritrarre. Anche per gli oggetti adotta una selezione costante e preferendone soltanto alcuni, pur avendone molti a disposizione, sempre presenti nel suo studio, non li ha mai utilizzati tutti, quindi la questione sul guardare resta aperta e complessa perché sono tanti i punti di riflessione da cui si può partire.

    • Lo studio che Alexandre Hollan conduce sugli alberi di quercia, sembra aprire a un dialogo “altro”, prendiamo ad esempio l’opera “Le Glorieux” chêne vert, del 2002, il punto di vista, il rapporto luce e ombra, la figura della quercia sullo sfondo del cielo, l’intera rappresentazione si mostra estraniante. Dietro il “soggetto albero” cosa rappresenta veramente Hollan?
      Nella rappresentazione della natura forse si evidenzia il maggior punto di lontananza tra i due artisti, per Hollan la natura è vita, lui stesso dice: questi alberi respirano insieme a noi, ne percepisce il movimento, focalizzandosi esclusivamente sulla chioma, preferisce ritrarli verso sera, quando la luce crea maggiori effetti di ombre, quando sembra che alcune parti scompaiano. In Hollan c’è il massimo coinvolgimento, si immerge totalmente nella natura, dipingendo addirittura in ginocchio, come se comunicasse direttamente con l’albero, che a quel punto non è più solo l’oggetto rappresentato.

      In Morandi questo senso di comunione, di immersione con la natura non lo si avverte anche se pure lui ritrae lo stesso soggetto in diversi momenti della giornata. Per lui riconoscere il paesaggio come tale è comunque superfluo, perché non cerca tanto di entrare in empatia con la natura, ma si focalizza piuttosto nel coglierne la forma e i volumi fondamentali con cui la realtà si presenta ai nostri sensi. Più ci inoltriamo nell’osservazione delle opere della sua maturità, più questo tipo di ricerca si conferma. Nell’osservare infatti gli ultimi acquerelli, troviamo espressa al massimo questa sintesi: Morandi sembra operare in negativo riempiendo di colore, quello spazio che si crea tra due oggetti che noi definiremo vuoto così da sottolineare l’importanza di quella nuova forma.

      Per concludere, possiamo dire che il divenire e il senso del movimento, in Hollan si esprimono immergendosi nella natura. Là dove Hollan esprime una vicinanza, Morandi sembra esprimere una distanza, la natura resta osservata, anche se in ultima analisi entrambi conducono l’osservatore verso un oltre.

      a cura di Maria Rapagnetta

 

 

 


[1] citazione dal catalogo della mostra, Alexandre Hollan, Silences en couleurs, a cura di Lorenza Selleri, Edisai srl, 2011

 

 

 

 

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