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Intervista allo scultore Guy Lydster

  • La mostra in corso alla Galleria B4 di Bologna porta il titolo di “Dark Island” (isola scura / terreno oscuro) ed è composta da una serie di sculture da lei chiamate Headscapes – (teste-paesaggi) – che evocano un viaggio metaforico di destini e suggeriscono un rapporto interiorizzato con la natura. Quale messaggio intende trasmettere attraverso le tue opere?

    Nella mostra presentata alla Galleria B4 il tema principale è quello dell’isola. L’idea è quella di cambiare il modo comune di intendere l’isola, pensandola unita al resto del mondo, l’isola come momento unificante. Era mia intenzione catturare gli elementi che la circondano, come il mare, ma anche elementi che la costituiscono come la terra, la vegetazione e il rapporto tra questi.

    Le isole spesso vengono viste come luoghi di pace, dove poter fuggire dalle tensioni della terra ferma, invece ho voluto mostrare qualcosa dell’isola che in realtà rappresenta ogni persona. L’isola in sé ha molti terreni e una varietà di esperienze che possono corrispondere a un certo modo di essere e concepire il mondo.

    Proviamo a pensare a uomini che si avvicinano all’isola e che si trovano ad affrontare nuove realtà, innanzitutto si misurano con le onde, con la loro forza, la loro forma, l’arrivo stesso via mare può essere qualcosa che intimidisce, ci si trova davanti questa terra che emerge dal mare e si deve trovare una via di approdo. Può essere un impegno avanzare verso questa terra che si presenta sconosciuta, per cui chi cerca l’approdo deve avere una certa grinta in sé. L’accesso all’isola non è necessariamente facile, non si conosce il tipo di ambiente, sicuramente c’è un lato esotico ma allo stesso tempo c’è anche qualcosa di vulcanico, di selvatico.

    La precarietà dell’isola fa parte della sua identità, questo fattore mi attrae molto, non da ultimo si esprime anche nella questione di come scelgo quella specifica isola. Parlo genericamente di un senso del destino, che corrisponde all’idea di scegliere un possibile sentiero o un punto di arrivo, quello che mi interessa è mettere in evidenza la possibilità del compimento di un viaggio che vuole rintracciare i segni del passaggio di una civiltà, come si trattasse di un’archeologia; lo stesso significato che noi oggi possiamo cogliere davanti a una rovina greca o romana, quindi non una lettura dell’esperienza individuale che si mostra passeggera, ma cerco piuttosto una traccia che resti e possa essere riconoscibile e condivisibile nel tempo.

  • Quali sono state le sue influenze artistiche e come è arrivato alla sintesi degli Headscapes?


    Per ripercorre cronologicamente le tappe inizio col dire che sono di nascita neozelandese e di cultura canadese, in Italia ho studiato la scultura italiana ed europea con molta attenzione, in particolare la scultura italiana, che tuttora per me resta un punto di riferimento.

    Da bambino ho certamente recepito l’arte indigena maori predominante sull’isola, ho avuto anche esempi in famiglia, dato che una mia zia era scultrice, ed è stata la prima donna a laurearsi in questa disciplina in Nuova Zelanda. Quando vivevo a Vancouver il primo stile che ho interiorizzato è stato quello dell’arte eschimese e indiana. Nella cultura canadese è molto forte la ricerca d’integrazione tra la cultura indigena e quella colonizzatrice, per cui si era continuamente stimolati alla riflessione. In seguito a queste prime esperienze è nato l’interesse per artisti del primo ‘900 e in particolare di Moore, Brancusi e Giacometti, loro stessi affascinati dalla potenza dell’arte africana e precolombiana.

    In Italia ho analizzato l’arte rinascimentale, lo stile organizzato, concettuale, che mi ha dato modo di studiare diversi aspetti della rappresentazione della figura e dello spazio. Mi sono anche dedicato alla sperimentazione e realizzazione di bassorilievi. Tecnicamente il bassorilievo mi ha dato la possibilità di studiare una serie di modalità compositive che mi hanno permesso di creare un passaggio tra la mia precedente esperienza, più legata allo studio dei ritratti e degli animali, a una dimensione che mi ha consentito di catturare elementi con maggiore forza emotiva. Le impressioni che ne sono scaturite, mi hanno portato a sintetizzare qualcosa che ritrovo ad esempio nella colonna di Traiano a Roma, che esprime allo stesso tempo una forza autonoma e una dimensione identitaria.

    Gli Headscapes vogliono esprimere l’unione tra sfondo e figura, dove la figura si pone come elemento portante di una narrazione più ampia, che diventa richiamo a ciò che la natura esprime in senso universale. Nel momento in cui ho intuito che paesaggio e la testa potevano fondersi, mi si è spalancato un mondo completamente inesplorato. E’ stato come saldare alla figura la bellezza narrativa e formale del bassorilievo, dispiegando un messaggio di compattezza che mette un po’ in crisi l’abituale idea di distanza tra uomo e natura, come se l’uomo potesse essere qualcosa di diverso dalla natura stessa. Queste sculture simboleggiano uno squarcio nella natura, hanno l’ambizione di mostrare “il tutto” come comprensione del senso della natura.

    Le teste conservano un solo elemento anatomico, la bocca, che rappresenta la volontà di dialogo sull’essenza della natura. La natura trasmette una grande energia che chiede di essere espressa, perché costantemente lascia tracce profonde dentro di noi, ovviamente non tutto può essere chiarito ma noi sappiamo che questa energia vive dentro di noi, anche se resterà qualcosa di inespresso, ma il tentativo da parte degli uomini ci sarà sempre.

  • Lei dichiara di essere alla ricerca dell’essenzialità di forme e significato nel suo lavoro, come lo è stato per i suoi artisti di riferimento: Moore, Giacometti, Brancusi. Cosa intende per “essenzialità”?


    Questi artisti sono stati fondamentali per comprendere la sintesi, la semplificazione, l’essenzialità delle linee che compongono una figura, una forma, un elemento naturale e il flusso intrinseco che scorre in ogni cosa. Nulla nelle opere di questi grandi maestri è superflua, sono stati capaci di essenzializzare le forme, lasciando solo quel segno senza il quale sarebbero state un’altra cosa.

    Tutto questo lo condivido e continuo ad apprezzarlo, però ho preso un po’ le distanze dall’idea brancusiana di essenza, in quanto non trovo più corrispondente questa idea di forma pura che si esprime attraverso una modularità e ripetizione degli elementi, credo invece che l’essenza non esiste in una sola cosa, come fosse un’idea platonica, ma in tutte le cose. La complessità e i possibili linguaggi a questo punto sono infiniti, ma bisogna catturarli e dargli forma.

    Quello che desidero trovare infatti è una sintesi tra i due modi di rappresentare che mi appartengono, da un lato l’arte primitiva, indigena, e dall’altra la precisione e il virtuosismo dell’arte rinascimentale. Quello che mi prefiggo di fare è di trovare punti di contatto tra questi due mondi, conciliare essenzialità e virtuosismo, che vanno a confluire in una diversa definizione di bellezza. Tutte queste culture, per quanto diverse, cercano di esprimere l’energia vitale che troviamo in natura. A mio avviso anche le opere di Bernini, ad esempio, esprimono una grande energia, tutto è in un flusso di costante movimento, magari espresso in un panneggio, ed è la stessa energia, certamente semplificata, soprattutto dal punto di vista stilistico, che ritroviamo nelle sculture primitive.

    A oggi non sono ancora riuscito a trovare una forma e una superficie che possa rappresentare questo concetto, e per questo continuerò a ricercare, ho già alcune idee che desidero sperimentare.

a cura di Maria Rapagnetta

 

 

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