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Intervista allo storico e critico d’arte Philippe Daverio

  • Il suo modo di raccontare la storia dell’arte e l’arte, colpisce perché stimola la curiosità, osa audaci accostamenti tra arte antica e modera e tra arte di diverse culture. Con questo stile, che lei stesso definisce graffiante, cosa intende sottolineare? C’è un “sonno delle coscienze” a cui vuole indirizzare un messaggio?

Premesso che la storia dell’arte la racconto, ovviamente, come io la vedo e la intendo, quello che cerco di fare nell’accostare antico e moderno e di dare il più possibile la simultaneità dell’evento arte, oggi grazie a internet questo è sempre più possibile, non c’è più il passato lontano o il museo dove non si è mai stati, attraverso la rete noi possiamo viaggiare e assimilare molte opere e luoghi tra loro lontani sia temporalmente che geograficamente. L’arte resta uno dei linguaggi più potenti per raccontare l’essere umano, che nella sua essenza non è molto cambiato dal paleolitico a oggi, tutto è, e resta connesso, l’errore è quello di pensare il poter settorializzare ambiti specifici della storia dell’arte. Se un messaggio si può lanciare, è quello di tenere sempre attive le connessioni tra passato e presente, in modo da non circoscrivere troppo la nostra conoscenza, cercando così di evitare zone d’ombra.

  • Nel suo libro, Il Museo Immaginato, propone un approccio all’opera d’arte selettivo e riflessivo, spiegando con una serie di passaggi, come uscire dal consumismo dell’arte. Pensa che il “pubblico dell’arte” sia maturo per questo tipo di proposta?

Il pubblico dell’arte è difficile da definire, possiamo dire che abbiamo persone con diverse sensibilità, chi è appassionato e molto informato, chi invece è solo curioso e vuole fare un’esperienza diversa. Per quanto mi riguarda, cerco di tenere conto di tutti questi fattori e declinazioni senza giudicare il fruitore, cercando piuttosto di corrispondere l’interesse della gente, ciò che farà veramente la differenza sarà quello che i singoli comprenderanno e prenderanno dalla mia proposta. In questo caso ho suggerito un cambio di paradigma, di solito nel visitare un museo o una mostra d’arte si cerca di prendere il più possibile, quello che consiglio e di ridurre al minimo per ricevere molto, ovviamente poi sarà il pubblico a scegliere concretamente.

  • Nella nuova trasmissione il Capitale, riformulazione del suo storico programma Passepartout, lei ha voluto restituire una centralità all’operare umano, indicando come “capitale”, il capitale umano. Da acuto analista dei nostri tempi, quali sono gli ingredienti giusti per non far disperdere o diluire il capitale che siamo?

Il modo migliore per non disperdere il capitale che siamo è quello di farlo “lavorare”, valorizzando al massimo le risorse. Gli ingredienti giusti sono il saper fare, il saper guardare, l’esercitarsi, fare esperienza, mettere in capo nuove idee, non dobbiamo trascurare nulla, ci vuole presenza costante e competenza a tutti i livelli, dobbiamo tutti impegnarci al massimo per far si che i diversi settori della cultura mettano a frutto le proprie potenzialità.

  • In coincidenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia lei ha lanciato la campagna internazionale Save Italy, una proposta per segnalare, denunciare e prendere coscienza delle anomalie e delle brutture, che minano il nostro patrimonio storico artistico e paesaggistico. Che tipo di rispondenza sta avendo in Italia e dall’estero?

Il senso che ho voluto dare con questa iniziativa è proprio la presa di coscienza intorno al problema della tutela del patrimonio storico artistico, cercando di destare coloro che sono addormentati, di stimolare quelli che già sono svegli ma anche di rassicurare quelli che sono attivi. In sostanza con questa iniziativa cerco di tenere il faro acceso e puntato sul problema, cercando di essere io stesso un punto di riferimento per tutti quelli che sono sensibili e desiderosi di conservare e valorizzare le bellezze del nostro territorio.

 

a cura di Maria Rapagnetta

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