Vai alla pagina del progetto diventa morandi

Intervista allo storico e critico d’arte Eugenio Riccòmini

  • Lei ha una lunga e intensa storia professionale come Direttore di Palazzo Diamanti a Ferrara, dei Musei Civici di Bologna, professore universitario, assessore, vice sindaco, solo per citarne una parte, dal 1983 per il Comune di Bologna ha tenuto lezioni pubbliche di storia dell’arte, chiamate, L’arte di leggere l’arte, un progetto educativo, rivolto all’intera cittadinanza. Dopo trent’anni di lavoro sul campo, che tipo di obiettivo può dire di aver raggiunto con questo progetto?

L’idea era di restituire ai bolognesi e agli italiani, ciò che l’Istituzione scolastica e in alcuni casi anche l’insegnamento familiare non sono riusciti a realizzare, ovvero, la gioia per la bellezza che l’arte ci dona. Durante le conferenze scorgevo negli occhi del pubblico l’interesse, le persone che mi seguivano non avevano una preparazione specifica, ma erano catturate per due ore a volte anche più, dalle opere proiettate su grande schermo, questo interesse che cresceva mi ha fatto comprendere che questa via fosse corretta, praticabile. A conferma di questo c’era anche l’aumento di pubblico, mi torna in mente la sequela di locali dove abbiamo iniziato a tenere le conferenze, la prima era, la sala a Palazzo dei Notai, poi ci siamo spostati nella sala di un cinema perché più grande ma non ci stavamo e allora ci siamo spostati al cinema Medica e ogni volta il locale diventava troppo piccolo perché contenesse tutti. Anche negli ultimi due spazi della multisala di via dello Scalo e poi in Fiera, al Palazzo dei Congressi i posti erano tutti occupati.

Le persone hanno desiderio di conoscere l’arte e i suoi contenuti, infatti, mi sono anche chiesto perché l’Istituzione scolastica, la televisione, che entra in tutte le case, non si preoccupa di insegnare a leggere le opere d’arte. Pensiamo per un attimo ai nostri laureati, a meno di una preparazione specifica in storia dell’arte, conoscono solo i nomi degli artisti più importanti, ma non sanno leggere le loro opere.

Ignorare il linguaggio dell’arte, significa però, essere po’ analfabeti, e quando si entra alla Galleria Borghese, alla Pinacoteca di Brera o quella di Bologna ci si trova come a essere in una grande biblioteca e non sapere leggere, quindi perdiamo tutto il senso del sapere, della narrazione, dell’avventura che possiamo trovare in ogni opera, il godimento che le opere ci fanno provare.

Va ricordato che l’Italia più conosciuta all’estero è quella della nostra arte, tutti adorano Tiziano, Caravaggio, Giotto, Piero della Francesca, Michelangelo, Raffaello e tutti gli altri grandi artisti. L’Italia parla attraverso il linguaggio dell’arte e attraverso questo linguaggio è conosciuta e apprezzata, ed è importante che gli italiani conoscano la ricchezza di questo patrimonio, come accade anche in altre discipline. 

  • L’educazione all’arte pone profonde riflessioni, oggi, però si parla di togliere l’insegnamento dell’arte dalle scuole dell’obbligo: cosa perderebbero gli italiani se questa scelta diventasse concreta?

Il nostro Ministero della Pubblica Istruzione non può togliere questo insegnamento perché in realtà nelle nostre scuole non esiste, per toglierlo dovrebbero prima inserirlo, ma questo non è stato mai fatto. La scuola dell’Infanzia e quella Primaria avrebbero tanto bisogno di maestri bravi, anche nella disciplina del disegno, perché bisogna essere educati per imparare l’arte del disegno.

Sarebbe molto importante che i bambini fin da piccolissimi imparassero a disegnare, ad esempio io ho insegnato ai miei figli a disegnare, e anch’io tuttora disegno, penso che sia importante potersi misurare con un artista. Nel confronto ci accorgiamo del dislivello e comprendiamo che l’artista è più bravo, e questa presa di coscienza ci serve per farci rendere conto che il grande artista è dotato di una qualità superiore, questo fa nascere l’ammirazione e la comprensione per chi è bravo ed ha talento, quindi è in grado di restituire la bellezza di ciò che vede.

Se i nostri Ministri si fossero accorti che l’Italia e più famosa per la sua arte, che per tutto il resto – basti pensare a Canova che in quanto a bravura non aveva rivali nel mondo – avrebbero inserito come obbligatorio l’esercizio della copia dall’antico e dal vero. Il disegno è un alfabeto necessario perché pittura e scultura possano essere apprezzate.

A mio avviso sarebbe anche importante ridare un nome preciso ai talenti, perché oggi siamo abituati all’uso di un solo termine, artista, ma questa è una categoria troppo grande, resta generico. Oggi sarebbe importante recuperare i termini di una competenza, quindi essere pittore o scultore, vuol dire restituire una dignità e una specificità a qualcuno che sa fare una cosa, che io e altri non sappiamo fare. Per ottenere questa competenza ci vogliono però costanza e disciplina, solo così viene fuori l’amore, la passione, la soddisfazione per aver fatto qualcosa di unico. 

  • Cosa della cultura antica sarebbe più utile all’uomo contemporaneo?

La cultura antica sarebbe tutta importante per l’uomo contemporaneo. Se solo pensiamo al fregio del Partenone o alla Pietà che Michelangelo scolpisce appena vent’enne, forse la pittura del ‘300 può risultare un po’ più difficile come linguaggio, rispetto a quello del rinascimento, ma in sostanza è tutta comprensibile. Personalmente amo molto anche i moderni, come Monet, Manet, Repin, Turner, Goya e molti altri, tra questi non c’è differenza nella bellezza della pittura, nell’abilità della mano, nella giustezza del tono e del tocco.

I pittori dall’antichità fino all’ottocento, hanno tutti seguito un percorso di formazione, che era quello della bottega o che si richiama a essa, quindi l’abilità tecnica non era di secondaria importanza nella buona riuscita di un’opera, per questo quando noi la osserviamo, quell’abilità, quell’esperienza, quella strategia ci viene restituita. L’artista era riconoscibile, perché sapeva restituire la realtà, in un modo che le persone comuni non erano capaci di fare, quello che rischiamo di perdere oggi è proprio questa bravura peculiare.

  • Lei ama molto il Compianto sul Cristo morto di Nicolò dell’Arca, cosa rende unica quest’opera a suo parere?

Il Compianto di Nicolò dell’Arca è una delle opere più interessanti che abbiamo a Bologna, lo scultore ha iniziato modellando una grande massa di creta, dalla quale ha tratto figure a grandezza naturale, con grande potenza espressiva, la figura di Maddalena è incredibile per i particolari, l’espressione della bocca, il movimento del velo. Lo scultore ha vestito le figure con gli abiti in uso nella sua epoca e li ha colorati, cercando di riprodurle il più possibile com’erano nella realtà, quindi chi si avvicinava al gruppo di figure aveva l’impressione di trovarsi dentro una scena vera, questo era sbalorditivo e lo è ancora oggi, nonostante la perdita del colore.

La bravura di Nicolò dell’Arca continua a suscitare ammirazione, non tanto perché nell’insieme ci restituisce una situazione tragica, ma perché ogni dettaglio di quell’opera è stato visto, per questo ci viene restituito in modo essenziale. I grandi artisti spesso riescono a farci questo regalo, ovvero, quando si guarda la realtà, la si guarda attraverso i loro occhi. Ricordo ad esempio, quando mi sono trovato di fronte a una grande quercia, che ho visto in Francia, mi sono detto: sembra un albero di Henri Rousseau

  • Bologna città di Morandi, secondo lei esiste anche un’eredità morandiana?

In una certa forma, direi di sì, credo che l’eredità di Morandi si rifletta soprattutto nell’esempio etico e morale che ha saputo dare. Lui ha insegnato incisione per diversi anni all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha avuto allievi che poi si sono affermati come artisti, ad esempio ha insegnato la tecnica dell’incisione a Paolo Manaresi, a Luciano de Vita, suo assistente, quest’ultimo diverso da Morandi in quanto a figurazione, ma molto simile per tecnica e meticolosità nella lavorazione incisoria. Ha educato molti all’amore per la bella pittura, penso a Pompilio Mandelli, anche se da un punto di vista stilistico è considerato Informale, la sua delicatezza nell’uso dei toni deriva da Giorgio Morandi.

Morandi era totalmente dedito alla pittura, era assorbito dal quadro che stava dipingendo, tutti i suoi pensieri erano rivolti alla realizzazione di quella composizione, e forse involontariamente, ha portato all’interno dei suoi quadri anche i colori della sua città, il rosso mattone, l’ocra, il giallo. Questi colori Morandi li portava negli occhi, quando dipingeva, anche se si trattava del paesaggio di Grizzana, quei colori venivano riportati sulla tela, perché erano fissati nella sua mente, non bisogna dimenticare che a lui non interessava sapere neppure quanto valessero i suoi quadri sul mercato, non ci teneva, questo esempio, tra alcuni dei pittori bolognesi è rimasto.

A cura di Maria Rapagnetta 

 

 

‹ indietro